L’ammissione del Tesoro: il primo trimestre risentirà degli effetti del virus

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L’alert, che porta nella pancia uno scenario cupissimo, lo lancia il Tesoro negli stessi minuti in cui Giuseppe Conte apre a palazzo Chigi la prima riunione di quella fase 2 che è ancora ferma all’etichetta, ai titoli. Sono le 18.40, è il crepuscolo di una tesa e lunghissima giornata per il governo. Perché segnata da dati pesantissimi. Erano sei anni che la produzione industriale non andava così male. Il Pil è in stato anemico. Da via XX settembre parte un lunghissimo comunicato. C’è scritto che a gennaio c’è stato un recupero, ma “potrebbe interrompersi in febbraio a causa del coronavirus”. Eccolo il virus che travalica il significato sanitario e contagia la carne viva del Paese: l’economia. 

Per la prima volta da quando è esplosa l’emergenza mondiale, il governo fornisce un dato di realismo, un’indicazione di massima della portata dell’impatto sull’economia. Non c’è un valore assoluto in termini di erosione del prodotto interno lordo, ma c’è l’ammissione del rischio e soprattutto uno slittamento dell’orizzonte temporale in cui si potrà sperare di rivedere la crescita. Sempre il Tesoro: “L’economia internazionale dovrebbe riprendere il proprio slancio non appena sarà superata la fase più acuta dell’epidemia, plausibilmente nel secondo trimestre dell’anno”. Almeno da aprile. C’è scritto internazionale e vale ancora di più per l’Italia dato che, come viene sottolineato nello stesso comunicato, uno dei capisaldi dell’economia, cioè la produzione industriale, a dicembre è crollata anche per “l’indebolimento della domanda e quindi delle esportazioni”. 

La traduzione di questo messaggio è il pericolo di un’ipoteca sulla crescita. Prendiamo il Pil. Appena dieci giorni fa, l’Istat ha certificato un quarto trimestre del 2019 in negativo (-0,3%), il calo più forte dall’inizio del 2013. Ha fermato l’asticella dell’anno scorso a uno spruzzo di crescita: +0,2 per cento. L’Ufficio parlamentare di bilancio, oggi, ha stroncato gli entusiasmi parlando di una crescita “destinata a rimanere modesta”. Tradotto in numeri: il Pil, quest’anno, resterà a +0,2%, molto lontano da quel già contenutissimo +0,6% stimato dal governo. Quando arriva il dato dell’Upb sono passate appena due ore dalla fine della riunione interministeriale che sempre il premier ha voluto convocare per fare il punto sulle misure da mettere in campo proprio per fronteggiare l’emergenza coronavirus. Nel pacchetto ci sono “forme di sostegno all’attività e l’export delle aziende coinvolte”, ma siamo ancora alla fase di studio, di analisi. 

E l’asincronia è il tratto che caratterizza la giornata nera per il governo. I dati dell’economia precipitano su una strategia lenta, che manca del carattere dell’urgenza (eccezione fatta per l’aspetto sanitario). Il tabellino di giornata dice di tre riunioni. La prima, in mattinata, al ministero del Lavoro tra governo e sindacati sulle pensioni. Poi, a metà mattina, quella sul coronavirus a palazzo Chigi. E infine quella serale su occupazione e welfare, prima tappa dell’Agenda 2023 lanciata da Conte per provare quantomeno a trovare un metodo di governo per una maggioranza litigiosa, che continua a tirarsi per i capelli sulla prescrizione proprio mentre esplode una nuova fase di emergenza economica. L’esito di questi incontri dice di movimenti minimali, se non inesistenti. Di ragionamenti concentrati su focus disallineati rispetto alle urgenze. Le pensioni sono appunto un esempio. 

La grande questione che precipita sul tavolo del governo è quella del che fare oggi, subito. Esaurita la stagione della messa in sicurezza dei conti pubblici, dello stop al maxi-aumento dell’Iva e del segnale sul taglio delle tasse in buste paga, quello che c’è davanti è ancora tutto da ideare e da scrivere. Gualtieri rilancia gli investimenti, in particolare quelli green. Stefano Patuanelli, che guida il ministero chiave dello Sviluppo economico, evoca un decreto crescita bis. Parla di un “piano industriale organico per il Paese che guardi da qui ad almeno 10 anni”. Una prospettiva che, però, è lontana anni luce da quella che sta adottando in questi giorni il governo. E i segnali sono tutt’altro che mancati. Prima quelli dell’Istat sulla crescita, poi il coronavirus, l’allarme di Bankitalia, oggi i dati impietosi sulla produzione industriale e il nuovo dato sul Pil dell’Upb. Alle nove di sera, quando termina il primo confronto dell’Agenda 2023, il sussurro che fonti di palazzo Chigi fanno arrivare fuori dalla stanza del governo è il sostegno alla famiglia come “priorità per il 2020”. Il premier invita Pd e i renziani a convergere su un progetto unico. Neppure sul minimo sindacale c’è ancora un’intesa che dia un segnale, uno sprazzo di accelerazione. E poi l’annuncio che partiranno quattro tavoli su pensioni, salario minimo, formazione e sicurezza. Già, ancora tavoli. 

by Giuseppe ColomboBusiness editor L’Huffington Post

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