Altro che “Quota 100”, la vera emergenza italiana sono 1,8 milioni di famiglie a bassissimo reddito

Case-emergenza italiana
CHAINARONG PRASERTTHAI VIA GETTY IMAGES

Due contemporanee ricerche in corso di rinomati istituti immobiliari, Nomisma da una parte e Cresme dall’altra, entrambe dirette a rilevare la quantità e la dislocazione degli italiani che sono così poveri da non riuscire o riuscire a malapena a pagare l’affitto o la rata del riscatto di un alloggio popolare, mostrano se non altro che comincia ad affacciarsi una nuova sensibilità politica sulla questione della casa per i nuclei familiari svantaggiati. Entrambe le ricerche sono state commissionate da enti pubblici: per i partiti al governo è un’occasione unica per mettere sotto i riflettori e impostare una politica concreta a favore dei ceti più deboli. Dopo l’abbuffata di Quota 100 per i pensionati, si potrebbe ora scoprire che le vere emergenze sono altre rispetto a quella di consentire a chi ha un lavoro di lasciarlo anticipatamente: ci sono in Italia ben 1,8 milioni di famiglie “povere” che vivono in condizioni di disagio abitativo: si considerano tali quei nuclei dove serve – per pagare l’affitto o la rata per il riscatto – più del 30 per cento delle entrate.

Non è certo che tutte le attuali 800 mila abitazioni dell’Edilizia residenziale pubblica (Erp), gestite dagli ex Iacp, vadano ad alleviare la situazione di chi si trova in uno stato di così grave disagio per un bene fondamentale come la casa. Tuttavia, anche sottraendo questa quota, rimane circa 1 milione di famiglie che sicuramente non se la passa bene perché fatica a tirar fuori i soldi per il canone di locazione, che può oltrepassare in certi casi anche il 50 per cento del reddito familiare, mentre ha gravi difficoltà anche per sfamare le persone che vivono in casa. Le famiglie in povertà assoluta, circa 849.000 nel 2018, secondo il Cresme abitano per il 78 per cento in abitazioni di privati, quindi con un canone di mercato.

La vera emergenza

Di fronte a una situazione così grave, che colpisce un bene essenziale come il diritto ad avere un tetto sopra la testa, stupisce che nessun governo, negli ultimi 10 o 20 anni, abbia trovato soluzioni ragionevoli per costruire più alloggi. Ora però qualcosa sta per cambiare: si comincia a capire che l’esasperazione delle periferie abbandonate crea un malcontento diffuso che poi si trasforma in una guerra fra poveri (di solito italiani contro immigrati) e che a sua volta finisce per rimpinguare i voti dell’estrema destra.

Gli amanti del laissez-faire, i liberali che pensano che debba sempre essere il mercato a risolvere tutti i problemi, qui si conviene che restino fuori dal dibattito. Perché è ovvio che il libero mercato della casa non può sciogliere questo nodo. I proprietari privati non possono praticare, al di là di singole generose scelte in tal senso, una drastica riduzione dei canoni per aiutare queste famiglie. E l’evoluzione degli ultimi anni nelle città più grandi o d’arte, con il boom degli affitti brevi, ha inoltre tolto dal mercato moltissime unità, con ciò contribuendo a far lievitare i canoni di quelle rimaste. La sola politica fiscale di incentivazione degli affitti concordati (10 per cento contro il 21 per cento di cedolare secca sugli altri) non sembra poter dare una volta. “Per affrontare il problema – scrive Raffaele Lungarella sulla “Voce.it” – è necessario incrementare la disponibilità di case popolari, costruendone di nuove e riconvertendo a residenza gli immobili pubblici che ora hanno una diversa destinazione urbanistica. È necessario anche promuovere, con l’impiego di risorse più adeguate di quanto fatto finora, programmi di recupero e messa a norma degli alloggi che ne hanno bisogno per evitare che restino sfitti per lunghi periodi, con il rischio che siano occupati abusivamente. Tutto questo sarebbe inutile se si continuasse a consentire l’alienazione del patrimonio esistente”.

I piani del passato

L’Italia ha in passato dimostrato di saper attivare risorse per cercare di dare a tutti una casa. Il piano Gescal (finanziato con una piccola ritenuta su tutte le buste paga), il piano Fanfani, sono progetti di cui tutti conservano un seppur vago ricordo familiare, e contribuirono nell’Italia degli anni 50 e 60 a dare a molte famiglie bisognose l’accesso all’affitto o alla proprietà della casa. Successivamente, però, la questione-casa è andata perdendo centralità nella discussione politica e sociale. Inoltre, non soltanto è cessato a un certo punto l’afflato per la costruzione di nuovi alloggi, ma ne è stata fatta scomparire una larga fetta. Il processo di dismissione del già scarso patrimonio pubblico ha tolto dal mercato “protetto” circa 200 mila unità tra il 1993 e il 2001, grazie alla Legge Nicolazzi che facilitò la vendita di parte del patrimonio agli inquilini.

Intanto, le famiglie con disagio non sono affatto diminuite. Anzi, sono leggermente aumentate negli anni dopo la crisi del 2008, sebbene non così tanto da modificare i termini della questione. Guardando i grandi numeri la situazione, a partire dagli anni 2000 in poi, resta a grandi linee abbastanza statica. Sia la popolazione totale che le famiglie povere sono, sostanzialmente, più o meno le stesse. E negli ultimi 40 anni la popolazione italiana è aumentata soltanto di pochissimo: eravamo 56 milioni nel 1980, ora siamo poco più di 60 milioni. Vuol dire circa il 7 per cento circa in più in un lasso di tempo così lungo. Possiamo quindi considerare abbastanza statica la popolazione italiana, anche se dobbiamo registrare una diminuzione degli italiani autoctoni e un aumento dei cittadini provenienti da altri paesi. Anche la quota di 1,8 milioni di famiglie a disagio abitativo sono più o meno le stesse almeno negli ultimi 10 anni, sebbene la quota di stranieri regolari e con il diritto a entrare nelle graduatorie per una casa pubblica sia aumentata (gli italiani sono il 67 per cento secondo Nomisma).

Servono soldi veri

Perché allora non si è fatto finora nada de nada? Già, è questo il punto. È ovvio che per fare qualcosa non bastano in questo caso le chiacchiere (e non è strano che neppure Salvini, nella sua fantasiosa ricerca di temi da imporre a 360 gradi nella sua eterna propaganda politica se ne sia tenuto sempre lontano), ma servono fatti. E per avere dei fatti occorrono soldi veri. Quanti? I conti, a grandi linee, son presto fatti. Se si dovessero costruire, tutte insieme e subito, 1 milione di case mancanti, a 50 mila euro l’una (ma qualcuno dice 100 mila…), servirebbero almeno 50 miliardi. Una cifra insostenibile, che nessun governo potrebbe mai pensare di mettere in campo in una sola volta. In realtà basterebbe soltanto cominciare a costruirle perché una parte dell’investimento sarebbe poi recuperato attraverso i canoni che, seppur bassi, non sono inesistenti.

Cominciare: una parola che non piace in genere ai politici, che preferiscono spendere quei pochi soldi che ci sono in cose che si vedono subito. Ma qui occorre fare un salto di qualità perché la gente non è scema: se si riuscisse a far decollare un programma pluriennale del genere chi lo crea potrebbe spiegare che ci vorranno molti anni per vederlo finito, anche quando il suo governo non ci sarà più. Sarebbe tuttavia sicuro che la gente lo capirebbe. Perché la casa è come la Tara di Via col Vento, è una cosa che dura. E si ricorda.

Dove mancano le case

Per sapere dove si dovrebbe costruire o recuperare patrimonio da destinare a edilizia popolare, si dovrebbe prima di tutto sapere in quali precise aree l’emergenza sia più sentita. “I cittadini a cui mancano le risorse per avere una casa in affitto a canone calmierato – spiega Luca Dondi, amministratore delegato di Nomisma, che sta completando un aggiornamento della ricerca già svolta nel 2016 per Federcasa, la federazione degli ex Iacp – sono distribuiti sul territorio in maniera omogenea, contrariamente a ciò che si pensa. Se non vi sono dubbi che il fenomeno sia più accentuato nei grandi centri, dall’analisi non sembrano emergere zone franche, con una diffusione che interessa anche capoluoghi di medie dimensioni e centri minori”. Insomma, quelle famiglie disagiate che abbiamo fatto finta di non vedere sono dappertutto, intorno a noi, nei grandi ma anche nei piccoli centri. E sarà interessante vedere se la ricerca di Nomisma, e anche quella del Cresme, saranno in grado di fare completa chiarezza sulla distribuzione geografica del bisogno. Un primo passo in avanti.

I progetti concreti

Ma, come si diceva prima, se a mancare finora è stata la volontà politica, di certo – anche se questa fosse recuperata – l’elemento-chiave sono i soldi. Nessuno può pensare di risolvere in un sol colpo il problema, ma secondo Luca Talluri, presidente di Federcasa, si potrebbe dare inizio a un programma di interventi “per almeno 300 mila case popolari da affiancare alle attuali. Con l’aggiunta di una gestione efficace ed efficiente degli enti (cosa che accade già oggi in molte parti d’Italia), che permetta bassa morosità, poche occupazioni e rotazione di alloggi in funzione delle esigenze reali (inutile che un anziano abbia 4-5 stanze)”. Da dove pescare i soldi che servono? Di certo non da un aumento della pressione fiscale, che sarebbe insostenibile (e forse politicamente improponibile): “Per questo motivo – spiega Dondi – occorre intanto cominciare con uno stanziamento significativo, a cui un domani si potrebbero aggiungere lievi prelievi sulle buste paga come fu fatto in passato con Gescal e Piano Fanfani”. “I soldi – sostiene Talluri – possono essere messi con il classico fondo perduto (Gescal o altro, nazionale o regionale…insomma, scelgano al Mef) oppure fondi stile Bei (Banca europea degli investimenti, Ndr) da restituire con garanzia dello Stato, ma in questo caso permettendo di costruire nelle singole operazioni non soltanto case di edilizia residenziale pubblica ma anche di edilizia sociale (per le classi medie che hanno comunque difficoltà ad accedere all’acquisto, Ndr) e alloggi-volano per l’emergenza abitativa: in questo modo si potrebbe avere una redditività che consentirebbe di restituire parte della somma investita”.

La politica ha cominciato a percepire l’importanza di dare una risposta ai bisogni abitativi della fascia sociale più debole. Non è un caso che il governo abbia stanziato un piano con 850 milioni di euro, da distribuire fra mille rivoli e solo in piccola parte al sostegno alla costruzione di nuovi edifici. Troppo poco, e sicuramente troppo poco mirato. Se crescerà la consapevolezza, grazie anche al bisogno primario dei partiti di non perdere l’elettorato delle periferie, forse un nuovo Piano Casa potrà essere rilanciato negli anni 20. Con la certezza che forse non sarà possibile eliminare del tutto la povertà, come pensava ingenuamente Luigi Di Maio con il reddito di cittadinanza, ma che con un serio programma pluriennale sulla casa si potrà eliminare almeno la perenne emergenza abitativa.Suggerisci una correzione

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